Capitolo 21: I fotografi di Padre Pio


Modesto Vinelli, Federico Abresch, Giovanni Amorico, Elia Stelluto, Gaetano Mastrorilli, Padre Placido Bux, Padre Giacomo Piccirillo

 

 

 

Fotografare Padre Pio non era cosa facile


Mary Pyle a Maria Winowska nel 1955: "Per molti anni i fotografi si sono accaniti inutilmente, di fronte, di dietro, di fianco, introducendosi di nascosto, cercando di sorprenderlo: le pellicole rimanevano intatte. La stessa macchina fotografica poteva prendere vedute impeccabili: ma quando l'apparecchio era fissato sul Padre, lo scatto operava a vuoto. C'era da piangere. Ora non si sottrae più, ma tutte le fotografie che vedete sono recenti. Stanchi di lottare, sollecitati da ogni parte, i suoi superiori gli hanno ordinato (nel 1953) di non rendere più insensibili le pellicole." (Winowska, Il vero volto, 48)  (Pio Capuano, Con P. Pio, 282-3)

Padre Guglielmo Alimonti testimonia che nel periodo in cui accompagnava Padre Pio sorreggendogli il braccio, aveva chiesto in anticipo a un sacerdote francese che aveva una macchina fotografica in mano, di fare una foto di lui con Padre Pio quando passavano nel corridoio. Il prete gli disse di si, ma "tu chiedi permesso al Padre col pensiero, così non mi sgrida". Quando arrivò il momento, il sacerdote stava in ginocchio come pietrificato e non non toccò la macchina fotografica. Padre Pio stette immobile per quasi due minuti, come se stesse in attesa di quella foto. Poi mi guarda e si stringe le spalle per farmi capire: Ti devi rassegnare, la foto non si fa." (Alimonti, I miei giorni con Padre Pio, 46-7)

"La presenza di un fotografo lo infastidiva sempre e lo faceva chiudere a riccio. Non di rado, quando si vedeva preso di mira da un obiettivo, mostrava la schiena. Padre Pio aveva un volto stupendo, che le fotografie esaltavano. Si potrebbe  scrivere la vita del santo di Pietrelcina anche soltanto interpretando certe immagini."  (Alessando Pronzato, Padre Pio: Un santo scomodo, Gribaudi Editore, Milano, 2002, pag. 121)



Mario De Renzis
Mario De Renzis, decano dei fotoreporter, per tanti anni capo dei "paparazzi" de "Il Tempo", rievoca una giornata del '59 a San Giovanni Rotondo, il 25 aprile 2008:

«Avevo neanche vent'anni, Angiolillo, il direttore de "Il Tempo", mi spedì a San Giovanni Rotondo con Ettore Della Giovanna, l'inviato. Voleva immagini a colori per l'inserto domenicale. Partii con la Contax di Angelo Frignani, il capocronista, più una macchina mia.

 Arrivo davanti alla chiesa di Padre Pio, e i colleghi mi scoraggiano. "Non t'illudere, non combini niente". Mi rassegno a qualche scatto di colore, la vecchietta che prega, l'ospedale in costruzione. Poi ci ripenso, entro in chiesa, chiedo ai frati di Padre Pio. E quelli: "Ce l'hai davanti"». Una bella fortuna. «L'inizio dell'enigma. Qualcuno grida "chi è stato?" C'è aria di parapiglia, io scappo nel chiostro, imbocco certe scale. Mi trovo di fronte una stanzetta. Dentro c'è Padre Pio. Che un attimo prima stava giù».

Impietrito dalla meraviglia? «Macché. Comincio a scattare con la Contax, in bianco e nero. Lui è in controluce, non faccio in tempo a montare il flash. Due, tre, cinque clic, punto alle mani, fasciate di cuoio nero. Smetto quando mi dice: "Basta con questa macchinetta per fare il caffè". Rimetto tutto a posto, ma mi guardo intorno spaurito. "Vai tranquillo, non ti preoccupare", mi congeda». Aveva ragione? «Sembrava di sì. Non ho altre vie di fuga, mi tocca rientrare in chiesa. Nessuno mi nota. Esco, nessuno mi insegue. Fuori trovo una macchina dei carabinieri. La frittata è fatta, penso. Ma quelli mi offrono un passaggio fino a Foggia».

Rientro trionfante in redazione. «Invece no. Perché quando vado a sviluppare il rullo, non c'è niente, solo la prima foto in esterno. Eppure la macchina l'avevo caricata a Roma, la pellicola non poteva essersi sganciata perché sentivo la ricarica, mentre scattavo. Che è successo, non lo so». Che è rimasto di quell'incontro? «Il fascino, quando gli sfiorai la mano. A casa ho una sua immagine, qualche volta la guardo. Ma capire, no».

http://evergreen-quattrochiacchiere.blogspot.com/2008/04/padre-pio-si-fece-fotografare-ma-nel.html

 

 

 
Foto ritenuta di Francesco Forgione futuro Padre Pio da alcuni.
Altri ritengono che si tratti di Franceschino Forgione, cugino di Padre Pio, figlio di Michele, fratello di Padre Pio.
Franceschino mori' a dodici anni.


 
Foto fatta dal fotografo Nicola Germoglio  in Via Monteoliveto, 40, Napoli il 19 ottobre 1911
 
Nel mese di ottobre 1911, padre Benedetto decise di sapere di più sullo stato di salute di Padre Pio e dispose che fosse accompagnato a Napoli da padre Ignazio da Jelsi, superiore del convento di Morcone, per una visita medica.

 Poi però, il 19 ottobre, incontrato Padre Pio nel convento di Morcone, volle accompagnarlo lui stesso a Napoli. Lo portò dal celebre clinico prof. Antonio Cardarelli, il quale, visitato il paziente, previde per lui una morte ormai vicina, consigliando quindi che fosse portato nel convento meno lontano.

Prima di lasciare Napoli, padre Benedetto, certo che ormai Padre Pio avesse poco da vivere, lo portò dal fotografo Nicola Germoglio, in via Monteoliveto 40, per avere una sua foto da conservare come ricordo. Poi dispose il trasferimento di Pare Pio nel convento di Venafro, il più vicino a Napoli. (Giannuzzo, San Pio, 76)

Padre Fernando da Riese San Pio X così commenta:

 "
Del giovane fra Pio e’ rimasta una fotografia, assai sfruttata nelle pubblicazioni.

Il volto, che emerge dallo scollo del cappuccio, e’ incorniciato dal nero dei capelli corti e dalla barba che gia’, spuntata da poco, avvolge il me
n
to. Baffi, ancor giovani, s’incurvano sul labbro. Le labbra, chiuse, sembrano nascondere amarezza. Gli occhi sono accentuatamente aperti, meglio sbarrati, verso un punto invisibile.

E’ un volto che tradisce qualcosa che pesa, che da’ sofferenza e lascia sorpresi nel suo mistero. Il dramma, nascosto dietro a quel volto e attanagliante l’anima,
e’ lo stesso Padre Pio in una lettera del 17 ottobre 1915 a rivelarlo con rapidissimi tocchi al suo direttore spirituale padre Agostino. E’ il martirio degli scrupoli." (Fernando, Padre Pio Crocifisso, 69)

 

 

 

 

 

 

 

 
 

 

 

 

Modesto Vinelli il primo fotografo


Un impensabile conto alla rovescia

dal Numero 46 del 23 novembre 2014 de "Il Settimanale di Padre Pio"
 
La morte è il punto culminante dell’esistenza umana. L’esame ultimo. I primi cristiani la chiamavano “il giorno della nascita”, intendendo che non era la tappa conclusiva di un tragitto, bensì un traguardo da cui partiva qualcosa di nuovo, di importantissimo. Era l’inizio della vita vera, che non avrebbe mai avuto fine: quella del “Regno dei Cieli”, che Cristo aveva promesso ai suoi seguaci. La morte fa paura, giustamente, poiché l’istinto di conservazione è fortissimo in ogni essere. Per questo ogni essere rifiuta la morte, la teme, la combatte. Ma per il cristiano essa dovrebbe avere anche quelle connotazioni suggerite dalla fede, che permettono di “vedere” al di là dell’istinto di conservazione [...].

Padre Pio era stato chiamato all’esperienza mistica, e fu dotato quindi di carismi straordinari. Tra essi quello di conoscere, in forma misteriosa, l’avvenire di certe persone e anche il proprio. Sono numerose le testimonianze, che dimostrano come egli conoscesse il giorno e l’ora della sua morte. Ma nonostante questa conoscenza e quantunque nel corso della sua vita avesse avuto diverse volte il conforto di visioni celesti, anche Padre Pio aveva paura della morte.
 

Un giovane fotografo di San Giovanni Rotondo, Modesto Vinelli, aveva avuto la fortuna di scattare nell’ottobre del 1918 alcune immagini di Padre Pio, nelle quali si vedevano benissimo le stigmate; e le vendeva alla gente.

Un giorno un tale, osservando quelle immagini, cominciò a bestemmiare e a imprecare contro il Padre, chiamandolo imbroglione. Il fotografo reagì, litigò furiosamente e finì in prigione.

Tornato in libertà dopo quaranta giorni, andò a trovare Padre Pio e gli disse: «Per causa vostra sono andato in galera», e gli raccontò quanto era accaduto. Padre Pio ascoltò e poi rispose: «Modesto, non te la prendere. Abbiamo cinquant’anni dinanzi a noi».

Quella frase divenne un ritornello. Vinelli era amico di Padre Pio e ogni anno, il 20 settembre, giorno anniversario della comparsa delle stigmate, andava a trovarlo.

E ogni volta il Padre ripeteva la frase, con l’unica variante che il numero degli anni diminuiva gradualmente.

«Modesto, abbiamo ancora trent’anni davanti a noi... venticinque anni... venti... quindici...».

E ogni anno si presentava all’incontro con il cuore in tumulto. «Modesto ci restano ancora dieci anni... cinque... tre...  due...».

Il 20 settembre 1968, quando si presentò all’incontro, Vinelli sudava freddo. Era accompagnato da padre Alberto D’Apolito [...].

Padre Pio salutò l’amico affettuosamente, come sempre, e fissandolo negli occhi disse: «Caro Modesto, i cinquant’anni sono passati».

Per poco Vinelli non cadde per terra stecchito. Uscì dalla stanza del Padre, tremando come una foglia. Due giorni dopo Padre Pio morì, mentre Vinelli visse altri quindici anni.

Padre Pio conosceva, quindi il giorno della propria morte. Ma aveva paura del traguardo [...]. Era uomo e subiva i ricatti dell’istinto di conservazione. Lo dimostra il fatto che, quando la morte si portava via un amico, un parente, soffriva e piangeva per il dolore. Come del resto era accaduto a Gesù, quando gli dissero che era morto il suo amico Lazzaro.


Renzo Allegri,
Padre Pio Papa Giovanni.
Guide del nostro tempo
,
pp. 69-70; 76-79.
Modesto Vinelli in azione:

Un'immaginetta con una fotografia  di Padredi Padre Pio fatta ilo 24 giugno 1919
"PADRE PIO DA PIETRALCINA.

Fotografia eseguita durante la celebrazione della Messa nella Chiesa del CONVENTO DEI CAPPUCCINI il giorno 4 giugno 1919.

 S. GIOVANNI ROTONDO"


Un'altra immaginetta di Padre Pio con fotografia fatta il 27 giugno 1919
"Vera Effigie del Santo Padre Pio da Pietrelcina Cappuccino

Istantanea del 27 giugno 1919. San Giovanni Rotondo (Foggia) Convento dei Cappuccini"

 

 

 

 

 

Anni '30: Federico Abresch

Negli anni '30 Federico Abresh si trasferì da Bologna a San Giovanni Rotondo. Egli aprì un negozio di fotografie e di ricordini. Egli fece conoscere l'immagine di Padre Pio in tutto il mondo.
 
Pio Abresch serve la messa a Padre Pio. Foto fatta dal padre Federico

   
Federico Abresch fu tra i primi fotografi di Padre Pio.
Il suo negozio di fotografie e ricordi di Padre Pio, in viale dei Cappuccini, proprio vicino al convento,
fu per molti anni un punto di riferimento per chiunque voleva portare a casa per se e i suoi cari un ricordino di Padre Pio.

Federico Abresch con una foto di Padre Pio fatta da lui


Il tenore Beniamino Gigli con Padre Pio in una foto fatta da Abresch
 
 

 

 

Giovanni Amorico “il fotografo di Padre Pio”

Manfredonia, 23 luglio 2013
E’ morto, all’età di 82 anni, compiuti il 6 giugno scorso, il fotografo Giovanni Amorico. Ad accoglierlo nel Regno dei Cieli padre Pio da Pietrelcina, che ha posato per Amorico, che con la sua macchina fotografica ha immortalato il Santo dal 1956 fino al 23 settembre del 1968 giorno in cui morì il frate stimmatizzato.

A ricordare il suo mentore, il fotografo Giuseppe Saldutto, 42 anni, (nella foto assieme a Giovanni Amorico) che al suo fianco per circa una decina di anni, ha potuto imparare di vita, ma anche le tecniche fotografiche legate alla luce dei flash e al loro impiego in sala di posa e alla camera oscura. “Avrò sempre un bel ricordo di Giovanni Amorico, grazie a lui, ma grazie anche a Matteo Tatarella, e il fotografo romano Angelo Gigli, ho potuto avere un evoluzione professionale importante.

 

“Un grazie doveroso ed affettuoso a Giovanni, che per me è stato più importante di un padre… che oggi non è più tra di noi, ma sono sicuro accolto da padre Pio, che aveva promesso in vita, che non sarebbe entrato in paradiso, fino a che l’ultimo dei suoi figli spirituali non vi fosse entrato prima di lui…Giovanni Amorico, mi raccontò del suo incontro con padre Pio, ma anche dei bombardamenti su Foggia, era bambino e con la sua mamma, era nella villa comunale, ad un certo punto i nostri alleati americani ed inglesi incominciarono a mitragliare a bassa quota sui civili, lanciando anche bombe e distruggendo la villa comunale,

 

con la sua mamma trovarono rifugio nei bagni della villa, ma anche quelli andarono parzialemnte distrutti, e lui mi racconto che per un mese tossiva e buttava fuori terra…e polvere…lui bambino mi raccontò una scena raccapricciante, finito il bombardamento sui civili, vide una donna nuda, attaccata ad un paio di metri da terra su di un muro, era nuda, l’onda d’urto di una bomba l’aveva uccisa, strappando i vestiti di dosso, e attaccandola al muro…quella scena Amorico, l’aveva sempre davanti agli occhi…la tragedia, la violenza della guerra…e lui mi insegnava…io apprendevo…

 

Mi raccontò, quando per arrivare nel paese di Padre Pio a San Giovanni Rotondo, tutti andavano con un carrettino trainato da un asino o da un cavallo…lui era avvantaggiato, perchè aveva una Vespa 125 che gli permetteva di giungere in breve tempo per la messa domenicale che seguiva con il suo obiettivo fotografico”.

 

Amorico partiva durante la notte alle 4,30 per arrivare a San Giovanni Rotondo tutto impolverato, poi si puliva alla buona, ed era pronto per fotografare Padre Pio.Giovanni Amorico collaborava con la Casa Sollievo della Sofferenza l’ospedale costruito da padre Pio, si scatenava a scattare centinaia di foto… che poi consegnava all’amministrazione della Casa Sollievo della Sofferenza.

 

Amorico non era un vero e proprio fotoreporter, era un fotografo classico, di altri tempi, un vero signore… uno di quelli che passava ore alla stampa delle foto in B/N in camera oscura, tra i chimici, maestro nel foto-ritocco era impegnato nei servizi fotografici di cerimonia, e un vero mago delle foto in sala di posa e riproduzioni. Mi raccontò che una volta padre Pio lo sgridò….perchè lui era sempre appostato per fotografarlo e scattava tantissime foto per scegliere la migliore, padre Pio per questo motivo… lo guardava spesso con sospetto, il Santo come sappiamo, non era molto disponibile con i fotografi, ma con lui era diverso, infatti molte volte Amorico riuscì a fare delle foto in posa al frate delle stimmate, ha fotografato Padre Pio da Pietrelcina seduto che guarda nell’obiettivo sempre con quello sguardo che ti guardava nell’anima…”.

 
 

 

Nelle foto Giovanni Amorico posa con una foto fatta a Padre Pio da Pietrelcina della quale vennero stampate migliaia di copie

(A cura del giornalista Giuseppe Saldutto)

 


Giuseppe Saldutto e Giovanni Amorico

 

 

 

Elia Stelluto
 

 Elia Stelluto, classe 1935, gli spetta di diritto il titolo di “fotografo di Padre Pio”. Anche perché è stato praticamente l’unico ad aver ottenuto dal Padre una tacita autorizzazione a fotografarlo.

 

Padre Pio non amava essere ritratto, anzi, odiava avere attorno fotografi e sentire l’obiettivo puntato su di sé. Elia però era speciale. Per Padre Pio era come un figlio. Cresciuto nei pressi del convento, Elia ancora ragazzo si era messo a fare fotografie e il Padre ne era orgoglioso e gli permetteva di essere da lui ripreso incondizionatamente. Per questo Elia Stelluto ha potuto scattare delle immagini che nessuno altro avrebbe potuto fare. Immagini anche della vita privata del Padre, a migliaia.

 

«Avevo una tale confidenza con Padre Pio che gli ho sempre dato del tu», ha raccontato Elia.

 

«Per me era come un papà. Avevo perfino la chiave del convento, potevo entrare quando volevo. Salivo nel corridoio del primo piano e andavo direttamente nella sua camera. La porta era sempre aperta. Poi mi fermavo a chiacchierare con lui e ne approfittavo sempre per fare qualche fotografia».

 

«La mia prima foto a Padre Pio risale al 1947. Avevo 12 anni. Facevo dei lavoretti nel negozio di Federico Abresh, un fotografo di origine svizzera, convertito da Padre Pio, che da anni si era trasferito a San Giovanni Rotondo e aveva un negozio di articoli religiosi e di immagini del Padre. Ero affascinato dalla fotografia e Abresh mi permetteva di osservarlo mentre lavorava e stampava. E imparavo».

 

«A 12 anni, facendo sacrifici immensi, riuscii a comprarmi una piccola macchina fotografica, una Condoretta, la più economica che c’era in commercio, e feci le prime foto a Padre Pio. Le portai ad Abresh che rimase contento ma anche stupito, perché ero riuscito a fotografare il Padre all’interno del convento, dove nessun estraneo poteva entrare. Abresh capì subito che io, avendo confidenza con il Padre, potevo fare delle foto che nessun altro era in grado di fare. Mi incoraggiò e mi sollecitò allora continuare».

 

Stelluto ricorda che a Padre Pio non importava niente delle foto e quindi non si metteva mai in posa. Accettava, o meglio “subiva”, per fare un piacere a chi lo fotografava. «Io gli facevo vedere sempre tutte le foto che scattavo», ha detto Elia. «Lui le guardava contento. Aveva delle preferenze. Diceva: “Questa mi piace”, oppure: “Guarda come mi hai fatto brutto”. Rideva, scherzava. Ma restituiva tutto. Mai una volta che mi abbia detto: “Questa foto distruggila”. Oppure: “Utilizza questa che è venuta meglio”. 

 

Forse non si era reso conto che, crescendo, ero diventato un fotografo professionista. Mi considerava sempre il ragazzino, il chierichetto. “Uagliò”, mi chiamava sempre. Oppure, sapeva tutto, ma fingeva di non sapere niente per permettermi di guadagnare qualcosa. Si era certamente accorto che, con quel lavoro, le mie condizioni di vita erano migliorate e anche quelle della mia famiglia ne avevano avuto un vantaggio. Di questo era molto contento».

Foto ricordo del giovane Elia Stelluto con Padre Pio.




«Nel 1954 andai a salutarlo perché partivo per l’Argentina. Mia madre, su consiglio di Padre Pio, aveva deciso di raggiungere papà che laggiù aveva trovato un buon lavoro. Ero molto addolorato nel dover lasciare il Padre. Anche lui era dispiaciuto che me ne andassi, ma voleva che la mia famiglia si riunisse. Andai nella sua cella per l’ultimo saluto. Mi feci accompagnare da un amico fotografo perché volevo partire con una foto ricorda assieme al Padre. Glielo dissi e gli chiesi di posare accanto a me. “Sì, sì, molto volentieri”, rispose. Mi avvicinai e lo presi sottobraccio. Il mio amico puntò la macchina fotografica, ma Padre Pio disse: “Non qui. Lo sai che non posso farmi fotografare qui nel convento”. Mi misi a ridere: “Ma, Padre”, dissi, “in tutti questi anni ti ho fatto centinaia di foto qui in convento, non vedo perché non se ne possa fare un’altra”. E lui serio: “Ma tu sei un ugliò mentre quello è un fotografo vero. Ho l’ordine dai superiori di non farmi fotografare in convento”, e si avviò per scendere giù, dove facemmo la foto insieme. Capii allora che, in tutti quegli anni, ero riuscito a fare tante fotografie in convento a Padre Pio perché per lui ero un ragazzo, il chierichetto, e non un fotografo autentico».

 

Tornando con i ricordi ai tempi lontani, Elia Stelluto ricorda che una volta fu aspramente rimproverato dal Padre. «Abresh mi aveva chiesto una foto particolare, voleva un bel primo piano delle stigmate. Il Padre, durante la celebrazione della Messa, si toglieva i mezzi guanti che coprivano le piaghe delle mani e al termine, quando dava la benedizione, era possibile vedere la sua mano destra alzata, piena di sangue. Abresh mi chiese di fotografare il Padre proprio in quel momento. Era una foto difficile. Nella chiesa, a quell’ora del convento, non c’era la luce. Per avere una buona immagine occorreva avere un flash. Non lo avevo mai usato prima e allora me ne procurai uno. Quando la scattai, la chiesa fu illuminata da un forte lampo. Padre Pio si spaventò e cominciò a gridare: “Chiamate i carabinieri, arrestate quel pazzo”. Mi sentii un verme. La gente mi guardava».

Questa è la foto con il flash di cui parla Elia Stelluto nel racconto.

 


«Confuso e addolorato, raggiunsi il Padre nella sacrestia. Andai a baciargli la mano come facevo sempre e gli dissi: “Padre, devi scusarmi, non pensavo che ti arrabbiassi tanto”. “Ah, eri tu che volevi uccidermi”, disse lui. Sorrideva però e capii che non era più arrabbiato. “Mi hai accecato”, disse ancora. “Non vedevo più niente, avevo perduto l’equilibrio e stavo per cadere a terra”. “Mi dispiace, non pensavo che causare un guaio del genere”, risposi. “Ma perché usi quel mastrillo”, disse indicando il flash (“mastrillo” in dialetto significa trappola per topi). Gli spiegai che in chiesa non c’era luce a sufficienza e quel mastrillo era necessario. Ascoltò poi, incredulo, aggiunse: “Uagliò, non ti complicare la vita. Fa tutte le foto che vuoi, ma senza quel mastrillo. Verrai che verranno bene lo stesso”. Lo salutai e me ne tornai da Abresh. Avevo il morale a terra e avevo deciso di non usare più il flash per fotografare Padre Pio.

 

Ma Abresh mi incaricò di fare, il giorno dopo, sempre nel corso della Messa di Padre Pio, le foto a un bambino che il Padre avrebbe ammesso alla prima Comunione. Rifiutai perché non volevo usare il flash. Durante la notte continuai a pensare alle parole del Padre: “Fai tutte le foto che vuoi ma senza quel mastrillo e vedrai che verranno bene”. Se lui mi aveva detto così, dovevo obbedire. Al mattino andai alla Messa e fece le foto senza il flash. Usai dei tempi e delle aperture di diaframma scelte a caso. Non avevo neppure il cavalletto per tenere la macchina immobile. Quando sviluppai, rimasi interdetto: le foto erano bellissime, sembravano fatte alla luce del sole e nessuna era mossa».

Negli ultimi anni Elia Stelluto è diventato un “ambasciatore” di Padre Pio. Ha tirato fuori dai suoi archivi migliaia di negativi di foto da lui scattate al Padre, ha scelto le immagini più suggestive e le ha stampate su legno, in formato grande, ottenendo delle tavole straordinarie che presenta in singolari e bellissime mostre. Ha presentato le sue foto in varie città italiane, ma anche all’estero, ed è stato invitato la mostra persino in Australia.

San Pio gravemente malato nel maggio del 1959.

 

Tra le varie immagini ce ne sono alcune inedite, mai viste. «Questa, per esempio», dice Elia Stelluto, mostrando una foto dove si vede Padre Pio a letto. «Risale al maggio 1959. Da diversi mesi il Padre era ammalato e non scendeva in chiesa neppure a dire la Messa. Si sussurrava che avesse un tumore ai polmoni e che dovesse morire. Andavo spesso a trovarlo. Un giorno entrai nella sua cella ed era addormentato. Mi avvicinai al letto e lui non si mosse. Avevo la macchina fotografica e non resistetti al desiderio di fotografarlo. Scattai alcune immagini e poi me ne andai. Non gli dissi mai nulla di quelle foto ma sono sicuro che lui aveva visto tutto. Comunque restano immagini straordinarie. Non solo perché si vede Padre Pio a letto, con un’espressione del viso sofferente. Ma perché documenta la semplicità e la povertà della sua camera».

 

«Un’altra foto inedita è quella che scattai una mattina del settembre 1964. In quel periodo Padre Pio stava facendo gli esorcismi a una ragazza indemoniata. Il demonio lo minacciava. Una mattina, l’indemoniata, passando in mezzo alla gente in attesa della Messa di Padre Pio, continuava a ripetere con voce cavernosa: Questa notte gliel’ho date io a quel vecchio, e vedrete che non scenderà per la Messa. Infatti era accaduto proprio così. Durante la notte nella cella del Padre c’era stato il finimondo. I confratelli, sentendo quei rumori terribili, erano accorsi e avevano trovato il Padre a terra, pieno di lividi sanguinanti ed erano stati costretti a chiamare il medico. Era così mal ridotto che non era potuto scendere per la Messa. La mia foto risale al giorno successivo e sul suo viso si vedono ancora i lividi delle botte che aveva ricevuto da Satana».

 

«Simpatica è la foto del Padre che si mette in bocca una caramella, ricevuta in dono da un fedele».

 

         

Padre Pio con l'onorevole Aldo Moro, presidente del Consiglio

 

«Importante quella con l’onorevole Moro, mentre sorride conversando con quell’uomo politico. Però subito dopo averlo salutato, il Padre era diventato di colpo triste e aveva detto: “Quanto sangue, quanto sangue”, intuendo forse la tragedia che sarebbe accaduta».

«Ci sono poi le foto dell’ultima Messa, che documentano come dalle mani di Padre Pio erano scomparse le stigmate. Di quella Messa realizzai anche un filmino, che feci poi commentare al professor Enrico Medi, il celebre scienziato figlio spirituale di Padre Pio. Quel documento eccezionale è rimasto sempre nei miei cassetti e l’ho tirato fuori nel 1999, quando Padre Pio è stato beatificato, realizzando una videocassetta».

Estratto del libro “Padre Pio santo. La vita e i miracoli”, di Roberto Allegri (2002).
 

Elia Stelluto chiede a Padre Pio il permesso di poter usare il flash (in basso accanto alla sedia)
 
 
 
 

 

 

 Gaetano Mastrorilli

 

 
        

Gaetano Mastrorilli di Bari seguì Padre Pio dal 1952 al 1968.

 

L'immagine ufficiale per la canonizzazione di Padre Pio nel  2002 era una rielaborazione a colori di una foto scattata dal Mastrorilli nel 1958.

 

 Patrizia, la figlia di Mastrorilli, ricorda: "Avevo undici anni quando morì san Pio e ricordo bene quella notte in cui fummo svegliati tutti di soprassalto dalla telefonata dei frati: avevano chiamato mio padre perché' corresse a San Giovanni Rotondo a filmare e fotografare i funerali di Padre Pio.

 

Lo vedemmo tornare a casa soltanto dopo tre giorni, letteralmente distrutto eppure soddisfatto per aver compiuto un buon lavoro."

 

(Antonio Di Giacomo, Il fotografo di Pio Padre, La repubblica, 27 ottobre 1910)

http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/10/27/il-fotografo-di-pio-padre.html

 

 


Gaetano Mastrorilli offre a Padre Pio un sorriso smagliante.

 

Padre Placido Bux

Foto con le stimmate
visibili, eseguita da Padre Placido Bux il 19 agosto 1919

Padre Placido fu compagno di Padre Pio durante il noviziato e i successivi anni di studio. E fu proprio padre Placido a scattare, il 19 agosto 1919, la prima fotografia che documenta la presenza delle piaghe nelle mani di Padre Pio. Egli stesso così scrisse su tale importante avvenimento:

«Volli fargli la fotografia, la prima dopo dieci mesi che aveva le stimmate. A malincuore si tolse i guanti e come per contentarmi sostò dinanzi all’obiettivo. Il Provinciale, padre Pietro da Ischitella, si prese la negativa di vetro, e se non mi avessi tirato una copia, sarebbe andata perduta, perché si ruppe nel ritornare a Foggia.

Quando fui mandato ad insegnare a Chiaravalle Centrale in Calabria, feci fare la riproduzione a Catanzaro, e poi ne feci fare tante copie per i confratelli e per gli amici».
(GERARDO DI FLUMERI, Le stigmate di Padre Pio da Pietrelcina, p. 70)


In realtà, padre Placido dovette faticare non poco per vincere la resistenza opposta da Padre Pio. Dovette metterlo di fronte ad una argo-mentazione che non si sa fino a che punto avesse fondamento.

Gli disse cioè di dovergli fare la fotografia per ordine del Provinciale e che, quindi, doveva ubbidire. E Padre Pio ubbidì.  
(Rivista Voce di Padre Pio, novembre 2009, articolo di Marianna Iafelice, p. 45) (Gianuzzi, San Pio, 150-1) (Fernando, Crocifisso, 146-7 (dice 9 agosto)

 
        
Dettagli della foto di Padre Placido

     
    
  
Padre Placido Bux

 

Certificato di autenticita' della foto, firmato da Padre Placido

 

 

 

 

 

La notte che Padre Pio mori' Padre Giacomo Piccirillo fece delle fotografie 

 

 

Come riporta Padre Lino Barbati, Padre Giacomo Piccirillo da Montemarano fece delle fotografie delle stimmate di Padre Pio tsubito dopo la morte. Le mani, i piedi, il costato, non avevano piu' ferite. La pelle era completamente normale. Non c'erano segni di cicatrici. (Schug, Profile, 4)

 

Padre Pio con Padre Giacomo Piccirillo, il giorno di San Giacomo, suo onomastico

 

Padre Giacomo testimonia per iscritto: "Verso le 2 del 23 settembre 1968 fui svegliato da insoliti rumori provenienti dall cella #1. Dopo circa tre quarti d'ora il padre superiore Padre Carmelo da San Giovanni in Galdo mi ordino': "Prendi la macchina fotografica e vieni, e' morto Padre Pio.' Mi preparai di corsa, e giunsi nella camera di Padre Pio. Il Padre Superiore scosto' il mezzo guanto della mano sinistra e mi invito' a fotografare prima la palma e poi il dorso. Lo stesso con la mano destra. Poi fotografai il costato. I piedi, fotografai prima il dorso. Le piaghe erano completamente sparite. La pellicola che usai era una Kodak plus X pan. Subito dopo estrassi la pellicola dalla macchina e la consegnai al superiore, il quale, dopo le sviluppo, mi fece vedere le copie stampate, che furono di mia soddisfazione." (Gerardo, Le stigmate, 131-3)

 

 

 Palmo della mano destra      Dorso della mano destra

 

Palmo della mano sinistra      Dorso della mano sinistra

 

 

         Due foto del costato, senza segno di ferita.

 

   Dorso del piede destro             Dorso del piede sinistro              Pianta dei piedi

 


 

 

 

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